Se perfino Mugabe

Le violenze e le intimidazioni del regime “marxista-leninista” che domina lo Zimbabwe hanno costretto il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, a ritirarsi dal ballottaggio del 27 giugno e a rifugiarsi nell’ambasciata olandese. Clicca qui e leggi La forza di Tsvangirai, il minatore che Mugabe ha eliminato mille volte
24 GIU 08
Ultimo aggiornamento: 05:32 | 20 AGO 20
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Le violenze e le intimidazioni del regime “marxista-leninista” che domina lo Zimbabwe hanno costretto il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, a ritirarsi dal ballottaggio del 27 giugno e a rifugiarsi nell’ambasciata olandese. Il dittatore Robert Mugabe aveva annunciato che sarebbe comunque rimasto al potere e, trasformando di nuovo in una tragica farsa la consultazione elettorale, ci riuscirà. La retorica rivoluzionaria e anticolonialista (particolarmente infondata in un paese nel quale la dittatura razzista di Ian Smith è caduta più per la decisione con cui l’ha contrastata Margaret Thatcher che per le azioni dei guerriglieri) non riesce più a coprire il disastro economico, sociale e sanitario in cui il regime ha precipitato il paese.
La comunità internazionale, che ha finora confidato forse con un po’ troppo ottimismo sulla capacità del Sudafrica di Thabo Mbeki di imporre un processo elettorale decente, si trova di fronte al fatto compiuto e non sa bene che cosa fare. Eppure l’Onu inaugurò le sanzioni economiche applicandole, per la prima volta nella sua storia, al regime di Ian Smith.
Se ora assisterà impotente alla prepotenza di Mugabe, magari condita con la solita condanna verbale che lascia il tempo che trova, darà ai dittatori l’impressione, purtroppo fondata, che possono fare quel che a loro pare meglio, facendo prevalere la violenza e la prevaricazione. Se persino in un paese nel quale la tradizione elettorale britannica non è stata abolita, è consentito manomettere i principi democratici in un modo tanto sfacciato, se anche dove esiste una forte e maggioritaria opposizione legale, si può mettere a tacere gli oppositori con metodi dittatoriali, se anche un regime apparentemente privo di qualsiasi appoggio internazionale può mantenere il potere in questo modo, vuol dire che nessuno è in grado di far prevalere la logica democratica dei numeri sulla legge della giungla. A Harare si gioca una partita destinata a vaste ripercussioni, anche se non pare che la coscienza di questa situazione sia sufficientemente chiara.